Benvenuta su Pink Mojito magazine!

L’entusiasmo non ha età

Danila Colombo

Cadere, rialzarsi, per poi cadere e rialzarsi di nuovo

 

Alla massima che dice “nella vita bisogna buttarsi” io non credo più.

L’entusiasmo rischioso, quello che fa fare i salti nel vuoto, quello che ti spinge oltre per provare l’ebbrezza di superare il limite non mi è mai appartenuto. Diciamo che, se dipendesse da me, forse la ruota sarebbe ancora quadrata.

Una volta, neppure troppi anni fa, per un momneto ci ho creduto. Anzi, ci abbiamo creduto tanto – mio marito ed io – da rivoluzionare le nostre vite e da pagarne le conseguenze amare ancora oggi e per tanto tempo a venire.

Diamo la colpa agli ormoni: io ero incinta – mio marito, forse, li assorbiva per osmosi accarezzandomi la pancia. Avevamo aspettato questa gravidanza per anni, l’avevamo voluta e cercata fortemente, avevamo pianto alle parole di medici che uccidevano la speranza, l’avevamo affrontata stringendoci le mani quando per un attimo avevamo potuto crederci, l’avevamo aiutata ad arrivare e siamo stati “incinti” insieme per tutta la gravidanza. E, nel desiderio immenso di tenere fra le braccia il futuro, abbiamo cercato di inventarne uno che ci permettesse di stare tutti insieme il più possibile.

Noi viviamo in un paese piccolo. Uno di quelli dove la chiesa ed il Municipio si guardano l’un l’altro, dove la gente si conosce e spettegola, ma si stringe anche intorno in un abbraccio, dove i bambini la sera girano ancora da soli in bicicletta alla sola raccomandazione “procedete in fila indiana”. In questo angolo di mondo anni fa c’erano due negozi di alimentari, poi uno aveva chiuso per raggiunti limiti di età pensionabile della proprietaria e il mercato non offriva più possibilità di scelta. Tutti a dire che non andava bene che uno solo detenesse il monopolio (invidia di ricchezza?), che ci voleva una scelta (e a cosa serve la possibilità di scegliere se poi non provi neppure a conoscere ciò che potresti scegliere?) e noi abbiamo cominciato a desiderare di essere quella scelta.

Due lavori dipendenti, un reddito sufficiente a vivere tranquilli, ma quel bambino che cresceva nella mia pancia spostava tutti gli equilibri e lasciava solo intensissimo il desiderio di essere sempre un “tutto”.
Dimissioni presentate, notti di progetti, appunti ovunque per imparare tutto ciò che non sapevamo e tanto entusiasmo.

Forse avremmo dovuto ascoltare tutti quelli che ci dicevano che era difficile che funzionasse, forse avremmo dovuto pensarci meglio, forse avremmo dovuto impostare l’attività in un altro modo… forse…

Non è andata bene. Agli alimentari abbiamo aggiunto edicola e tabaccheria (un sacco di soldi per aggiudicarci la licenza all’asta), ma continuava a non andare bene.

Mio marito non rimpiange nulla. Dice una frase tenerissima “è stato come pagare qualcuno che guardasse Leo mentre eravamo al lavoro, ma quel qualcuno eravamo noi. Quanti papà possono dire di aver trascorso il tempo che ho trascorso io con mio figlio nei suoi primi anni di vita?”

È vero. Eravamo tutti insieme. Sempre. Avevamo allestito nel retro del negozio una sorta di accampamento berbero con coperte e cuscini e lì Leo giocava, dormiva, cresceva e “mammapapà” per lui era una parola sola.

E io? Io sono meno pragmatica di mio marito. Rimpiango i sogni andati in pezzi, rimpiango che una scelta fatta per amore e con tanto entusiasmo, oggi si riveli così difficile da assorbire e da lasciarsi alle spalle.

Tuttavia siamo stati immensamente fortunati, rispetto a tanta gente che si è ritrovata a vivere la stessa situazione. Mio marito ha trovato un nuovo lavoro, in linea con la sua preparazione e le sue capacità e che gli regala grandi soddisfazioni; il negozio siamo riusciti a venderlo, non al suo prezzo reale, certo, ma questo ci ha permesso di diminuire almeno un po’ i debiti; io ho gestito da sola il negozio (un periodo davvero bruttino) fino alla cessione e poi ho trovato un lavoro in campo commerciale.

Quando tutto si è concluso, ho fatto un patto con me stessa: “mai più spazio ai sogni… solo un lavoro, il più possibile piacevole, ma sopratutto sicuro”.

L’ho trovato e per anni l’ho anche amato. Un lavoro commerciale, a contatto con i clienti, a pianificare campagne promozionali, a gestire la comunicazione on line per un ingrosso di prodotti per tabaccheria. Un lavoro vario, abbastanza libero nella gestione, non pagato benissimo ma pagato. Tra le caratteristiche del lavoro, essendo basato molto sulle visite ai clienti, c’era anche la necessità di percorrere giornalmente molti chilometri. Ed il tempo è andato. Con quella velocità strana che solo il tempo ha, dove lo stesso avvenimento ti sembra lontano e vicinissimo.

Leo ha otto anni. Io una pagliuzza più di 50.

Ho sempre amato provare, imparare, scoprire ed in questo lavoro non trovavo incentivi. Non imparavo e non perché non ci fosse più nulla da imparare, ma perché non c’era nessuno che potesse insegnarmelo.

E nelle mie tante notti insonni, ho cominciato di nuovo a sognare. Nella luce del giorno, la paura era sempre più forte del sogno, ma la notte cambiava gli equilibri. La notte pensavo che, se avessi potuto scegliere, avrei girato tutto all’aria e, con la forza dei 50 anni e l’entusiasmo di quando ne avevo 30, mi sarei buttata in questo mondo nuovo rappresentato da una forza immensa e trascinante, dalla nuova dialettica della comunicazione, da orizzonti verticali che diventavano infiniti.

Io adoro scrivere – molto meno parlare – e nella comunicazione, da imparare, c’è un mondo intero: c’è da affinare, approfondire, superare. Ci sono idee da testare, progetti da inventare. C’è un mettersi alla prova. Si può tornare giovani. Si può spostare il futuro: un briciolo più in là dell’esperienza, un briciolo prima dell’età anagrafica. Su questo schermo, ogni giorno si possono fare corsi on line, ci si può iscrivere a gruppi social e scoprire cosa pensano, come hanno fatto, chi sono, quali sono le peculiarità da copiare e i difetti (o, meglio, quelli che io ritengo tali) da evitare. E, nel mio letto, le notti non erano più insonni perché popolate da dubbi e da paure, ma piene di colori, di idee da abbracciare un passo al di là della coscienza, di domande da annotare per cercare l’indomani una risposta.

Alla luce del giorno tutto tornava, però, ad essere un desiderio e la vita un’altra cosa. Il coraggio di provarci proprio non ce l’avevo più. Di provare a viaggiare su due binari paralleli, quello sì. Lavoravo, contavo i soldini come Paperone e, nel tempo libero, cominciavo ad imparare, a fare qualche timido tentativo, a mettere fuori con attenzione il capo dalla tana, come la marmotte a primavera.

Tutto sarebbe stato immobile, in bilico tra bisogno e soddisfazione, con l’illusione di un progetto.

La vita, però, è fatta di vento, quello che scompiglia i capelli e le certezze.

Il destino? Il Karma? La crisi economica? Un’ernia del disco abbastanza brutta da decidere i medici a suggerirmi di guidare il meno possibile?

Il risultato è che mi hanno cortesemente suggerito di rimanere a casa. Questo mondo del lavoro, che non garantisce certezza alcuna o per contro assicura stabilità clientelari, è una conquista sociale su cui varrebbe la pena di riflettere. Ma questa è un’altra storia.

E mi sono ritrovata senza quella certezza economica per cui ero disposta a rinunciare ai sogni. Mi sono trovata costretta ad inventarmi di nuovo, a cercare una nuova risposta, ma a 50 anni non è facile. L’offerta lavorativa è piena di giovani di talento, di ottima istruzione e con voglia di imparare e di fare. Non tutti, certo… ma tanti sì. Giovani con la mente fresca, senza vincoli famigliari, che hanno necessità di fare esperienza e di inserirsi, con una formazione scolastica e personale decisamente più allineata alle nuove tecnologie di quella che può offrire una persona della mia età. Non c’è da recriminare, è un fatto!

A volte, però, le risposte ai tuoi desideri arrivano come un pugno nello stomaco e, dopo esserti piegata in due ed avere buttato fuori tutto il fiato, ti rialzi e vai. E il dolore del pugno è il tuo nuovo inizio, così alle cose a cui avevi detto “non ci credo più” sei costretto a crederci di nuovo. Qualche volta – come oggi succede a me – “costretto” non è un imperativo, ma un invito da accettare con gioia.

Così mi sono inventata di nuovo. Cosa faccio? Faccio quello che mi piace: scrivo, mi metto alla prova, guido in compagnia di idee e progetti, mi sveglio carica e propositiva. Lo fanno in tanti, lo so, ma sono affascinata da questa nuova comunicazione che ti offre il web: non vendi un prodotto, condividi te stesso. Bello! Entri in punta di piedi nella vita della gente – privati o aziende – e ti presenti, qual’è la tua idea di comunicazione, quali idee hai in mente per raccontare chi sono e cosa fanno.

Sto imparando tantissime cose, come ad esempio le meraviglie di una comunicazione che usa le parole ma ha un linguaggio di narrazione specifico, che si avvale della forza dell’immagine, che ti mette a disposizione tecnologie efficaci e innovative. Una comunicazione che illude di essere a portata di mouse per tutti, ma che – se approfondisci – ti racconta lei stessa perché non è così e perché esistono i professionisti.

Funzionerà? Non lo so. Per ora sono in fase di rodaggio.

Ho paura? Tanta. Le mie ore notturne giocano a tennis tra i conti da pagare ed il post che voglio scrivere domattina, ma così entusiasta non mi sentivo più da tempo.

Chi sono è rappresentato da dove vivo: un paese di 660 abitanti, una casetta con orto e giardino, mio marito, il nostro fantastico eroe di 8 anni, un cane e un gatto. Amo fare trekking in montagna, inventare, creare e scrivere. A 50 anni ho deciso di reinventarmi e adesso, per mestiere scrivo: racconto storie, gioco con le parole, comunico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: