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Perché guardare Sanremo?

Take That

Perché Sanremo è Sanremo

 

Il Festival di Sanremo fa sempre parlare di sé, nel bene e nel male, per le critiche ai conduttori, per le critiche ai cantanti, per le critiche fini a se stesse. Sanremo vince sempre, perché è il classico esempio di ciò che ha popolarità. Con questo articolo ti dirò perché guardare Sanremo o perlomeno ti spiegherò perché io guardo Sanremo.

L’abbiamo visto tutte, almeno una volta. Magari negli anni d’oro, quando alla conduzione c’era Pippo Baudo ed era peccato mortale da confessare in chiesa non aver visto la finale. E va detto che a quei tempi era davvero un evento nazionalpopolare. Alcune cose sono diventate proverbiali, come i Jalisse; altre ancora sono entrate prepotentemente nel nostro DNA, come “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri, “Voglio andare a vivere in campagna” di Toto Cutugno o “Uomini soli” dei Pooh.

Il Festival ha prodotto, volente o nolente, cantanti che sono diventati icone: tra i trombati dal festival e premiati dal resto d’Italia, impossibile dimenticare Vasco Rossi e Jovanotti; tra i veri meritevoli Giorgia, Laura Pausini, Eros Ramazzotti… uno su mille ce la fa, canterebbe Morandi (ma non a Sanremo).

Ogni anno, e son 36, attendo con trepidazione il Festival di Sanremo. Sono ligure di origine, di Imperia per la precisione. Vedo il festival da quando in casa c’era ancora il televisore in bianco e nero e mio padre registrava su musicassetta le finali (mai riascoltate, ve lo assicuro!). Poi arrivò il televisore a colori e il videoregistratore; le videocassette sostituirono le musicassette nella registrazione della puntata finale. Ne abbiamo mai rivista una? Credo di no, ma quelle videocassette sono patrimonio della mia famiglia, incancellabile e inamovibile (e inguardabile ormai). Nel mio DNA sono entrate anno dopo anno canzoni come “trottolino amoroso dududu dadada“, “brutta, ti guardi e ti vedi brutta” (e dio solo sa se mi ci riconoscevo!), “perché lo fai disperata ragazza mia“, “Marco se n’è andato e non ritorna più” e potrei andare avanti per ore.

Più di tutto, per me il Festival coincide con l’adolescenza. Chi non ha vissuto in provincia di Imperia da adolescente non può capire l’uscita da scuola con zaino in spalla, prendere il treno per Sanremo, arrivare dietro il Teatro Ariston e piazzarsi pazientemente in attesa dell’arrivo degli ospiti per le prove. Non può sapere quant’è stato eccitante vedere l’auto dei Take That entrare e spergiurare di aver visto il proprio amato lì dietro i finestrini oscurati. Non può sapere che ho amato Jamiroquai da quando – e questo sul serio – mi mandò un bacino dall’auto, perché io unica tra tutte le fans di Mark Owen mi ero messa a urlare “Ehi! C’è Jamiroquai!”

Era anche divertente passeggiare davanti all’ingresso dell’Ariston, dove era montata la passerella, mettersi a sgomitare per arrivare davanti e stringere la mano a Little Tony, mentre le vecchiette impellicciate si sdegnavano perché volevano essere loro le fortunelle a toccare la mano di cotanto “cuorematto”. Era fantastico inseguire le telecamere RAI a caccia di pubblico da intervistare e mettersi a cantare “Le ragazze” per attirare l’attenzione e andare così in onda al TG3 delle 20.00. Eeeeh, bei tempi!

Da imperiese adolescente, ho amato la sigla più bella di sempre “Perché Sanremo è Sanremo“. L’ho amata soprattutto per un motivo: perché mostrava, a volo d’uccello prima che fossero inventati i droni, Sanremo dall’alto, volando sui tetti, sul mare, sulla spiaggia, sulla chiesa russa, su Corso Imperatrice… era bello vedere la costa e riconoscere i luoghi. Era un simbolo di appartenenza, era sentirsi importanti per una volta, visto che Imperia fuori dalla Liguria all’epoca non la conosceva nessuno. Infatti, quando mi chiedevano “Di dove sei?” e io rispondevo “Di Imperia”, dovevo poi specificare “Vicino a Sanremo” per tranquillizzare gli animi.

Negli anni mi sono disamorata di Sanremo. Troppe delusioni: i Jalisse, gli Avion Travel, Annalisa Minetti, Povia e potrei andare avanti a lungo. Il Festival di Sanremo ha messo a dura prova davvero il mio affetto e la mia dedizione, ma poi, come un’amante nostalgica, sono tornata. Il ritorno è coinciso con il mio cambiamento di vita, che mi ha allontanata dalla Liguria.

Da quando abito fuori regione il Festival è diventato quell’elemento identitario di cui non posso fare a meno e di cui parlo con vero orgoglio. Tuttavia sono molto critica. Critico i presentatori (ogni volta era stata meglio quella precedente), critico i cantanti, critico le canzoni (ovviamente!), critico gli outfit femminili e critico le gags pseudocomiche. Spesso sono stata in disaccordo con la proclamazione del vincitore, ma negli ultimi anni ho avuto delle soddisfazioni: Vecchioni con “Chiamalo ancora amore”, Marco Mengoni con “L’Essenziale” e da ultimo Francesco Gabbani che con il suo “Occidentalis Karma” ha diviso l’opinione pubblica.

Ed è questo che fa ogni anno il Festival di Sanremo. È questo che fa sì che tutti parlino di Sanremo, che anche chi non lo guarda sa chi vince e chi perde. Perché Sanremo è Sanremo, che ci piaccia o no.

archeologa, archeoblogger, travelblogger, teablogger: blogger seriale con un grande amore per la scrittura, anche di narrativa. Dopo 9 anni a Firenze, oggi vivo e lavoro a Ostia antica, ma porto sempre con me Genova e il Ponente Ligure nel cuore. Se volete impressionarmi offritemi una tazza di té!

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