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Fa bene lavorare all’uncinetto?

Lavorare all'uncinetto

Quando il crochet può salvare dall’oblio

 

Fin dal mio primo colore a pastello, la mia crescita è stata caratterizzata dalla creatività handmade: colla, forbici, glitter, carta e cartoncino, fili, ganci, nastri, fiocchi. I fiocchi poi li adoro proprio, li inserisco ovunque.

Ho sempre realizzato biglietti di auguri personalizzati, regali personalizzati, messaggi personalizzati, pacchetti personalizzati, inviti personalizzati. Nell’era del copia/incolla io continuo a personalizzare tutto. Mi piace fare dei pensieri su misura, lontani dal consumismo seriale che ci sta divorando.

Nella mia continua ricerca di nuovi metodi per dare sfogo alla creatività sono approdata qualche anno fa alla nobile arte del crochet.

Il mio primo approccio all’uncinetto è stato a 16 anni durante le vacanze estive. Non ricordo come nacque l’idea, ma tutte le ragazze della comitiva si erano fatte coinvolgere da questa tendenza un po’ atipica sia per l’età che per i tempi. Non avevamo ancora smartphone sul quale incurvarci e, mentre i maschietti giocavano a pallacanestro nei pomeriggi estivi, noi femminucce sferruzzavamo all’ombra degli alberi del campo sportivo. L’esperienza di lavorare all’uncinetto per me iniziò e si concluse in quella estate del 1995 con all’attivo un paio di borsettine a tracolla.

Negli anni ho testato altre produzioni artigianali come la maglia, il punto croce e recentemente il cucito. Tuttavia il primo amore non si scorda mai e come i grandi amori è ricomparso, in un periodo di transizione abbastanza particolare, diventando quasi la salvezza dall’oblio.

Avevo volontariamente interrotto il percorso lavorativo e di conseguenza modificato obiettivi e aspirazioni e mi ritrovavo senza una entrata fissa, anzi diciamo proprio senza una entrata. I risparmi mi avrebbero garantito un po’ di tranquillità, ma lo smarrimento era davvero tanto.

In questo labirinto di sensazioni paradossalmente contrastanti, tra felicità per il coraggio del cambiamento, tante aspettative e facili rimorsi, mi trovai causalmente a guardare un video sul crochet, che mi provocò una immediata sensazione di prurito alle mani. Dovevo provarci per forza. Si trattava di un tutorial sulla realizzazione di un amigurumi, piccoli pupazzetti all’uncinetto di origine giapponese, quindi un tipo di produzione abbastanza distante dal concetto di centrini o coperte all’uncinetto stile “nonna”.

Attingendo all’esile fondo di risparmi ho cominciato ad acquistare uncini e gomitoli e, grazie a YouTube e ai gruppi Facebook sul tema, a riallenarmi con una enfasi e una eccitazione che mai avrei pensato di poter provare. Ci lavoravo in ogni pausa, fino a sera tardi, nei weekend, durante i pic-nic al parco, in spiaggia. Lavoravo, sbagliavo, sfilavo e ricominciavo. Era la mia valvola di sfogo. La facilità di trasporto di uncino e gomitolo contribuiva ad accrescere il fervore rendendolo una delle mie attività preferite anche fuori casa.

Lavorare all'uncinetto fa bene
Ecco alcuni oggetti creati da Giovina con l’uncinetto

Quello che adesso può sembrare pura follia, in realtà fu uno slancio emozionale che risultò molto positivo nell’affrontare la fase di cambiamento che stavo vivendo e riuscii a vedere con ottimismo le decine di possibilità che avevo davanti e sulle quali avrei potuto investire. È come se quest’impegno mi aiutasse a liberare la mente e a valutare con lucidità le scelte. Forse il dover ragionare sui punti, sulla tecnica, sul conteggiare le maglie riusciva a rendermi la mente più elastica.

I primi risultati furono scandalosamente terribili. Rivedendo oggi i primi coniglietti amigurumi, regalati ai nascituri dei miei amici, mi chiedo come non abbiano affollato gli incubi di questi poveri bambini, beneficiari inconsapevoli e obbligati del mio processo psicologico di rinascita sociale e professionale. In quel momento pensavo fossero una cosa talmente apprezzabile che mi venne voglia di venderli online su Etsy.

E lo feci. Aprii un negozio e non solo su Etsy, ma su altre 5 o 6 piattaforme disponibili in quel momento, scoprendo un nuovo mondo a me sconosciuto.

Agli amigurumi affiancai la realizzazione di sottobicchieri colorati, addobbi natalizi, piccole decorazioni varie che confluivano nel mio shop online che, diciamolo, non è mai stato visto da nessuno, ma nemmeno per sbaglio. L’offerta esile, la qualità mediocre della produzione e le mie ancora acerbe conoscenze promozionali non erano di certo i punti di forza del mio marketing. La soddisfazione, che provavo in quel momento per l’essermi messa alla prova, era immensa e il divertimento nello smanettare sui marketplace e apprendere cose nuove, lo era ancor di più.

Sono passati circa 3 anni, ho imboccato una bella ma faticosa strada e continuo nei ritagli di tempo a lavorare all’uncinetto. Ho raffinato di molto le produzioni. Adesso riesco a fare cose molto più carine, ma in tempi molto lunghi. Continuo a regalare con gioia tutto ciò che faccio, ma so che se volessi trarne un possibile guadagno con un po’ di impegno potrei riuscirci.

Uncinetters
Uncinetters: il progetto di Giovina dedicato all’uncinetto

Su questa scia è appena nato un progetto che ho chiamato “Uncinetters” dedicato a tutte quelle donne che vogliono trarre un guadagno dal loro sferruzzare, ma non hanno le competenze per promuoversi online: insieme cerchiamo di trovare metodi e soluzioni. Chissà che questo non diventi il trampolino di lancio per una nuova avventura.

La risposta alla domanda iniziale “fa bene lavorare all’uncinetto?” non può che essere affermativa.

Hai mai avuto una esperienza simile? Raccontamela nei commenti!

Archeologa per aver tirato a sorte sul modulo dei corsi di laurea. Peccato che poi mi sia piaciuto.
PhD, esperta in comunicazione culturale e digital strategist per progetti di innovazione sociale, musei e siti archeologici.
Coworking co-founder. Amo smisuratamente il sud.

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