Dall’hamburger al tofu passando per il sushi.

Questo non vuole essere un articolo didattico in cui ti insegno come educare il tuo gusto o, cosa a cui in genere siamo tutti più interessate, come educare il gusto dei nostri bambini.

Questo è invece un’analisi a posteriori che vuole mettere in luce come mio malgrado il mio gusto si sia evoluto e come, sempre mio malgrado, io abbia avuto la fortuna di riuscire a forgiare il gusto dei miei ragazzi senza preconcetti.

Iniziamo dall’inizio.

Piemontese doc, la carne, quella buona, per lo più cruda, è sempre stata un must sulla mia tavola. A casa mia non esisteva il concetto di salsiccia di Bra da mangiare cruda, a casa mia la salsiccia si mangiava cruda punto e basta, senza entrare nel merito del tipo (che poi a dirla tutta a casa mia la salsiccia era “salciccia”).

Cotechini, cotiche, costine di maiale, arrosti, paste ripiene di carne, non si era onnivori, come si direbbe ora, si era “normali”, tutti mangiavano così: figli di genitori sfollati durante la guerra, sarebbe stata un atto di ingratitudine decidere di snobbare la carne e tutti i suoi derivati.

Poi sono cresciuta e il mio amore per la cucina mi ha portato a curiosare in altre culture. Da una parte le mie carni si sono arricchite di spezie e marinature, dall’altra ho studiato e assaggiato sapori che non avevano la carne come protagonista e pensa un po’… sono sopravvissuta! Ero giovane, un po’ invasata come tutti i giovani, e quindi a priori trovavo buono tutto ciò che era diverso, ma ti confesso che due cose faticavo davvero a considerare buone: il tofu e il sushi.

Faceva molto cool mangiarli. I sushi party erano il modo di sentirsi ‘fighi’ e in salute; il tofu, la nuova frontiera delle proteine di chi si sentiva elevato rispetto ai suoi simili, ma io faticavo a mangiarli lo stesso.

Però – so che non si inizia una frase con però, ma qui ci vuole proprio – io sono soprattutto testa dura e, se credo nella motivazione che sta alla base di una mia scelta, ci provo fino in fondo. Così studiando il perché avesse senso ridurre la carne, studiando le proteine alternative, studiando la maestria necessaria a trattare un pesce crudo, piano piano ho capito dov’era il trucco. Io mi nutrivo spontaneamente di alimenti che erano così permeati dentro di me, da non capire che ne fruivo selezionando inconsapevolmente il meglio. Io non mangiavo per esempio spaghetti precotti in lattina, io mangiavo pasta buona, di qualità, la cuocevo nel modo giusto e la condivo con le ricette della più genuina tradizione. Io non mangiavo salsiccia di plastica preconfezionata e insaporita con gusti e aromi chimici, mangiavo la razza piemontese, fatta dal macellaio di fiducia, annusata ogni volta da mia mamma che sapeva decidere al volo se fosse mangiabile o meno.

Allora come potevo pretendere di mangiare un tofu qualsiasi, cucinato in maniera quantomeno superficiale? Come potevo considerare che un sushi servito a 10 euro potesse essere il degno rappresentante di una cultura millenaria e il campione su cui poter esprimere un giudizio?

Insomma ho capito che conoscere, capire, studiare la materia prima, comprare da chi produce il meglio, rispettare la cultura e le preparazioni che ci sono dietro ogni piatto, anche se a me ignote, è l’unico vero modo di approcciare a un piatto nuovo.

Allora le cose cambiano. I gusti possono continuare a non piacere, per carità quello è assolutamente soggettivo, ma è una scelta di sapore non più un preconcetto o un approccio superficiale a un nuovo gusto. E ti posso dire che cucinare così, conoscendo di più cosa cucino e rispettandolo, mi ha permesso di apprezzare sapori che davvero non avrei creduto di saper gustare. 

E qui arriviamo all’ultima parte della mia analisi: i ragazzi. I miei sono cresciuti in un momento in cui io ero in piena fase esplorativa e ho fatto sempre assaggiare loro tutto, li ho sempre portati a mangiare il cibo locale, ho sempre condiviso con loro le scoperte che facevo studiando nuovi sapori.

Oggi ho la fortuna che amino questi cibi come li amo io, ho la fortuna di poter servir loro indifferentemente pollo al curry o bistecca alla milanese. Certo, ci sono sapori che non amano, ma se li convinco abbastanza del fatto che fanno loro bene alla fine si rassegnano.

Sai cosa secondo me è davvero difficile superare? Le sensazioni soggettive di ciascuno di noi sulle consistenze. Io credo che l’amore o l’odio che esse generano abbiano radici molto profonde in noi e in quel caso ritengo che l’unica vera strada sia giocare: prendere una consistenza e cambiarla, inventando una cosa nuova che possa usare la bontà di un alimento e ne modifichi la consistenza laddove possibile.

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