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La Chick Lit e la letteratura per donne

letteratura per donne

Perché non semplicemente letteratura?

 

Prendendo ispirazione da un articolo della guru del marketing Diane Meier, mi piacerebbe condividere con te una riflessione importante a proposito dei generi letterari e più nello specifico sulla Chick Lit, la cosiddetta letteratura da pollastrelle.

Prima di iniziare facciamo un passo indietro: cos’è la Chick Lit?

Questa espressione inglese definisce un genere letterario nato alle soglie degli anni Novanta e rappresentato soprattutto da scrittrici donne di origine britannica e statunitense. In questo genere letterario sono raggruppati tutti quei romanzi che si rivolgono prevalentemente ad un pubblico di donne giovani, possibilmente single e in carriera.

È senz’altro vero che questa particolare tipologia di romanzo ha parecchio a che vedere con i romanzi rosa, però, ciò che distingue e caratterizza la letteratura Chick lit è uno spiccato senso umoristico nello stile narrativo, nella caratterizzazione dei personaggi femminili e delle ambientazioni.

La rappresentazione della vita delle protagoniste e, soprattutto, delle loro relazioni sentimentali è di matrice post-femminista. In che senso? Nel senso che le protagoniste sono spesso donne alla moda, hanno un’età che va dai venti ai quarant’anni, vivono in grandi città come Londra e New York e lavorano in ambito editoriale, pubblicitario, nella moda e nella finanza. Sono donne sfrontate e emancipate e anche lo stile di scrittura tende ad essere irriverente, premendo l’acceleratore soprattutto su argomenti sentimentali e sessuali. Eppure non è un genere frivolo.

Molti studiosi della letteratura affermano che la stessa Jane Austen potrebbe essere considerata una anticipatrice del genere. Le scrittrici contemporanee non nascondono il debito che hanno nei confronti di romanzi come “Emma” o “Orgoglio e pregiudizio”. Qualche esempio? “L’eco” di Elizabeth Bennet e compagnia danzante è evidente ne “Il diario di Bridget Jones”, ad esempio, o in “Sex and the city”- due classici del genere dai quali sono stati tratti film e serie televisive – e vogliamo dimenticarci della fortunata serie “I love shopping” firmata da Sophie Kinsella? E vogliamo trascurare le autrici italiane? Federica Bosco, Stefania Bertola, Chiara Giacobelli e l’attrice Geppi Cucciari?

All’inizio di questo post ho citato Diane Meier perché uno dei suoi articoli pubblicato sull’Huffington Post e intitolato “Chick Lit? Women’s Literature? Why Not Just … Literature?” (ndr “Chick Lit? Letterature per donne? Perché non solamente… letteratura?”) mi ha permesso di riflettere sull’importanza della estremizzazione e vorrei condividere con te il mio pensiero.

Cosa è successo alla buona Diane? La scrittrice ha pubblicato “The Season of Second Chances” (ndr “La stagione delle seconde possibilità”) e la protagonista del romanzo è Joy Harkness, una donna matura che, dopo aver avuto una brillante carriera universitaria e dopo aver costruito una vita sicura, protetta e isolata dalle intrusioni sentimentali e i coinvolgimenti emotivi nella grande mela, decide di accettare un lavoro all’Amherst College in una piccola città universitaria di provincia. Joy lascia impulsivamente tutta la sua vita a New York, lascia tutti i suoi beni materiali, tutti i suoi affetti e il suo pesante bagaglio emotivo. Nella nuova città decide di acquistare una vecchia casa vittoriana dismessa da tempo; decide di ristrutturarla personalmente e di creare una nuova vita in quella casa. Una vera e propria rinascita. E mentre il restauro della casa procede, anche la sua nuova vita inizia a prendere forma e nasce una nuova consapevolezza di sé, una nuova visione della vita, nuovi valori, che determinano nuove scelte e nuovi legami. Il restauro della casa è la metafora di una nuova consapevolezza: se sai come vuoi che sia la tua casa sai anche quale vita vuoi vivere.

Nel suo articolo Diane afferma che la maggior parte dei critici sentiva il bisogno di parlare di quanto il libro fosse “sorprendentemente” intelligente. Altri ancora, invece, si stupivano di quanto potesse essere intelligente un romanzo di questo genere: “Lettori, questo romanzo è dieci volte meglio di un chick lit”, dicevano. E non solo per il contenuto e per l’idea della storia: notavano sempre quanto il libro fosse ben scritto. Lizzie Skurnick disse addirittura che non importa quanto un libro sia intelligente e ben scritto, se ha dei fiori in copertina stai pur certo che non riceverà mai recensioni serie e che verrà sempre tenuto a distanza dai maggiori premi letterari.

Hai sentito bene? Un libro che ha dei fiori in copertina non merita di essere considerato seriamente?

Nel suo articolo Diane prosegue dicendo che persino i critici più accademici amavano a malincuore il libro, perché erano chiaramente lacerati dalla storia, dalla scrittura e dalla protagonista, ma a malincuore, perché per loro era parte solo e comunque della letteratura Chick lit.

Quando il libro iniziò ad essere letto e diffuso, fioccarono numerose recensioni sui social. Qualcuno attribuiva 5 stelle perché non si trattava di un libro di Chick lit e qualcuno attribuiva 0 stelle perché si trattava di un libro Chick lit. Un utente scrisse: “Mia moglie ama i Chick Lit, ma ha odiato questo libro” e l’autrice avrebbe voluto rispondergli “Mi dispiace che tua moglie sia delusa, ma è come incolpare un hot-dog di non essere un gelato“.

La Chick Lit è un genere ben connotato, ben riconoscibile e rispettabile, ma ci si aspetterebbe dalla critica che un libro scritto da una donna che parla di una donna non sia per forza un libro Chick lit. Se uno scrittore uomo avesse pubblicato “The Season of Second Chances“, il libro sarebbe arrivato al pubblico in un modo totalmente diverso, ma dal momento che la scrittrice si chiama Diane Meier automaticamente il libro è una lettura esclusivamente per ragazze. Se Tom Wolfe avesse scritto questo libro sicuramente avrebbe riportato le marche delle scarpe, le borse Birkin e i personal trainer, ma la critica lo avrebbe elogiato per la sua attenzione ai dettagli. Invece il libro lo ha scritto Diane Meier e quindi, BOOM!: letteratura frivola per ragazzine.

Nella critica letteraria la letteratura Chick Lit viene spesso utilizzata come metro di paragone per denigrare un’ampia gamma di romanzi sulla vita contemporanea delle donne, scritta dalle donne. Nella scala da 1 a Chick Lit ogni libro viene posizionato in una classifica che, da un lato, denigra qualsiasi produzione che sia altra da questo genere, e dall’altro, si prende gioco del genere Chick Lit screditandolo.

Forse ci sbagliamo se pensiamo che questa visione non stia influenzano il lavoro delle scrittrici contemporanee, così come la percezione che gli editori hanno di loro o l’eredità che stanno lasciando alle generazioni future. Se i libri scritti da autrici non fanno parte del genere Chick Lit è vero anche che non fanno parte neanche della “Letteratura delle donne”! Perché questa distinzione? Non possiamo semplicemente parlare di letteratura?

È vero che noi ragazze sappiamo essere frivole (e per fortuna!), ma è vero anche che c’è il momento per le Jimmy Choo e che c’è il momento per tante altre cose: l’intelligenza, la sagacia, l’onestà, la profondità di sentimenti. Siamo brave scrittrici, incredibili professioniste, mirabolanti cuoche, bellissime madri, mille altre cose e siamo molto di più di una borsa firmata.

Sono marchigiana e vivo ad Ancona. Sono laureata in lettere moderne e contemporanee Sono toro e quindi determinata, possessiva, precisa, realista, decisamente abitudinaria e con i piedi troppo attaccati a terra per poter volare. Copywriter, editor e blogger, amo Michele, le balene, i tulipani, Gatsby e la letteratura – meglio se americana.

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