Donne dimenticate dalla storia: Palma Bucarelli
Palma Bucarelli, la direttrice di museo che fu icona di stile. Ricordata per la sua bellezza fu protagonista dei giornali di gossip ma senza perdere mai la sua autorevolezza. Scopriamo assieme un’altra donna dimenticata dalla storia.
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“Ho sempre saputo che i miei nemici hanno torto. Ma ben vengano anche loro: fanno pubblicità”
Basta questa frase per descrivere la caparbietà, la superbia, la sicurezza di sé e del proprio valore di Palma Bucarelli, la prima direttrice di un museo statale italiano. E che museo: la GNAM, la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma.
Correva l’anno 1941, quando la II Guerra Mondiale sembrava ancora ben lontana dall’Italia, anche se l’Italia era in guerra già dall’anno prima.
Lei assunse la direzione e la soprintendenza del museo e mise in salvo le sue opere da quello che solo 2 anni dopo sarebbe accaduto: i bombardamenti su Roma.
Ma partiamo dall’inizio e inquadriamo la figura di Palma Bucarelli.

Se si leggono o si ascoltano le sue biografie o articoli che la riguardano, la prima cosa che viene detta è che era bella e solo in seconda battuta intelligente, caparbia, capace, sicura di sé e del proprio valore, estremamente competente nel proprio ambito, cioè l’arte moderna e poi contemporanea.
Oggettivamente è vero: Palma Bucarelli era la prima a essere consapevole del proprio fascino e della propria superiorità estetica e intellettuale rispetto a tanti suoi contemporanei anche, e soprattutto, maschi. Una vera icona di stile. Ma lo vedremo poi.
Nata in una famiglia borghese che di arte non si interessava, lei invece proprio all’arte si dedicò studiando all’Università La Sapienza e sapendosi distinguere da sempre per eleganza e capacità di frequentare i salotti più interessanti.
Al tempo stesso, però, era una grande studiosa. Anzi, era soprattutto una grande studiosa, per cui con nonchalance superò il concorso per funzionario nell’allora Ministero dell’Educazione Nazionale come storica dell’arte.
Sono gli anni del regime fascista. Palma Bucarelli incarna tutto ciò che il regime condanna in una donna: non è sposata, non ha figli, non è angelo del focolare, non è dimessa, non dipende dal marito.
Piuttosto in lei è presente ciò che il manifesto futurista di qualche anno prima prediligeva: è attiva, sempre in movimento, elegante, indipendente e colta, decide lei se e quali amanti – o relazioni sentimentali – avere nella più ampia libertà.
Fin da quando è studentessa, d’altro canto, il suo obiettivo è raggiungere l’indipendenza economica e abitativa, nonché staccarsi proprio da quegli stereotipi che a una certa età la vorrebbero sposata a chicchessia.
Ma a Palma Bucarelli l’idea del matrimonio sta stretta: lei ama se stessa, sa per certo che non incontrerà mai un uomo degno di lei al quale legarsi per tutta la vita. E di corteggiatori ne ha avuti, e di amanti anche ma mai si è legata sentimentalmente più del dovuto con qualcuno di essi.
Nel 1941, appena assunta la direzione della GNAM, occorre mettere a riparo le opere di arte moderna e di primo Novecento che fanno parte della collezione della Galleria Nazionale. Come e dove ripararle?

Il pensiero va subito a Palazzo Farnese a Caprarola, nella Tuscia, un’elegante residenza rinascimentale che Palma Bucarelli sceglie come deposito temporaneo per le 672 opere che compongono la collezione della Galleria di Arte Moderna di Roma.
Sceglie Caprarola perché fin da bambina la frequentava: luogo a lei familiare, lontano dalla Capitale e – si spera – da ogni eventuale fronte di guerra.
Ora, occorre una digressione: alla discesa in guerra dell’Italia, nel giugno 1940, il ministro dell’Educazione Nazionale chiede ai vari direttori di musei e soprintendenti di redigere elenchi delle opere dei propri istituti e di stabilire un piano per la loro protezione in caso di guerra sul territorio.
Molti sono i musei, soprattutto nella Capitale, ma anche nelle altre città, ad esempio Firenze, i cui direttori decidono di riparare le collezioni in luoghi lontani dalla sede museale di origine, per nasconderli e sperare di proteggerli in caso di bombardamento.
Ciò diventa quantomai importante e prezioso nel momento in cui, dopo l’8 settembre del 1943, le sorti della guerra per l’Italia si ribaltano e l’alleato tedesco diventa nemico numero 1 con una certa propensione al voler rubare le opere d’arte italiane.
Questa digressione è importante per contestualizzare l’operato della Bucarelli che svuota la GNAM andando a depositare le opere a Palazzo Farnese a Caprarola.
Da buona ribelle delle convenzioni sociali dell’epoca, Palma Bucarelli non può che essere antifascista.
Ed eccola infatti andare in bicicletta, con la sua solita nonchalance, i capelli biondi al vento e il sorriso leggiadro rivolto ai soldati tedeschi che la fanno passare ammaliati, mentre intanto fa volantinaggio antifascista e in qualche modo partecipa alla Resistenza nella Capitale.
Dopo la liberazione di Roma il 5 giugno del 1944 la Galleria d’Arte Moderna diretta da Palma Bucarelli è il primo museo a riaprire i battenti nel dicembre dello stesso anno.
Un grandissimo segnale di ripresa della normalità, che sarà di esempio per tutti gli altri musei della Capitale e del resto d’Italia, man mano che sarà liberata dalla risalita degli Alleati.
Palma Bucarelli resta alla direzione della GNAM per altri 30 anni, protagonista dei salotti culturali e mondani e dei gossip, icona di stile celebrata da giornali e rotocalchi, ma sempre distinguendosi per il suo coraggio nel proporre al pubblico autori del panorama novecentesco e contemporaneo davvero difficili da digerire per l’epoca.
Per dirne una: fa esporre una personale di Jackson Pollock per la prima volta in Europa. Palma Bucarelli è così estrema da acquistare (“con soldi pubblici!” diremmo oggi) opere come la Merda d’Artista di Manzoni e il Sacco di Burri.
Per il Sacco fu fatta addirittura un’interrogazione parlamentare perché si voleva chiedere conto e ragione della spesa di soldi pubblici per un’opera della quale evidentemente chi aveva sporto l’interrogazione non capiva il senso.
Un’opera, espressione dell’arte povera che dagli anni ’70 si sviluppa in Italia, che va invece indagata con un certo interesse. Burri, peraltro, è l’autore del Grande Cretto, un’opera paesaggistica site specific realizzata nel Belice, in Sicilia, che mostra le crepe della terra dopo il terremoto, ma che sono anche le crepe della terra arsa e arida di Sicilia, e che oggi è un’attrazione culturale che genera indotto in una terra non esattamente al centro dei percorsi turistici contemporanei.
Palma Bucarelli ha attraversato il secolo breve percorrendolo a passi ampi, sui tacchi, coi capelli biondi al vento e gli occhi azzurri sempre fermi sul suo obiettivo: protagonista delle pagine delle riviste mondane, ma senza mai perdere agli occhi dei contemporanei la sua autorevolezza quale direttrice del più importante – per l’epoca – museo dell’arte moderna e contemporanea.

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